VIVERE DI AMICIZIA

 

I 25 ANNI DELL’ASSOCIAZIONE «AMICI DEL GUATEMALA»

 

Amici guatemaltechi, quest’anno la nostra Associazione «Amici del Guatemala» festeggia 25 anni dalla sua nascita, e io ne voglio approfittare per esprimere qualche mio sentimento che mi ha legato a voi in tutti questi anni.

Quando per la prima volta venni in Guatemala, era il 1993, non sapevo bene cosa avrei trovato: voi in quel periodo ricordavate i 500 anni della «scoperta dell’America», e l’inizio di una dura oppressione e di una emarginazione che vi ha segregato fino e ancora ai giorni d’oggi.

Nel viaggio che da Morales portava a Flores per una pista che attraversava con difficoltà la immane foresta del Petén, ci fermò una pattuglia dell’esercito e perquisì il nostro fuoristrada: c’era la guerra. Lì divenne chiaro perché quella sterminata selva era stata presa d’assalto da tante comunità in fuga da violenze e stermini, e cercavano rifugio nel segreto della vegetazione. Quel territorio, che visto dall’aereo, era una bellissima distesa di verde rigoglioso e forte, nascondeva drammi, violenza, povertà, miseria materiale e umana. Quante lacrime, dolori, atrocità, violenze, patimenti quelle pietose frasche nascondevano…

Non avrei potuto immaginare, non avrei mai potuto capire, non avrei mai potuto condividere tutto ciò con voi, se dall’anno dopo, era il 1994, non avessimo cominciato a entrare in quello spazio di umanità che si raccoglieva in piccole aldee nel disperato tentativo di fuggire le crudeltà, la fame, il non senso della vita.

Che impressione mi fece l’«aldea»: capanne di tavole e frasche, fango, pioggia che scorreva sotto le amache, buio, animali ovunque, bambini allo stato brado, assenza d’acqua, miseria, povertà… rassegnazione, disperazione, impotenza, ignoranza…

Eppure lì abitava la vita, c’era una vita esuberante, cuori che battevano, menti che pensavano, donne e uomini che si amavano, persone umane dignitose come nella bella Europa. Possibile che una tale umanità potesse essere schiacciata e abbandonata in un abbrutimento così totale? Possibile che questa umanità dall’Europa era vista, più o meno, come un barattolo dove buttare due spiccioli per sentirsi buoni?

Non si poteva ignorare tutto ciò. Non si poteva accettare questa inumana situazione. Così abbiamo solidarizzato, fraternizzato, condiviso, camminato insieme… nacque e crebbe l’Associazione, era il 1994.

Grazie amici dell’aldea per avermi fatto comprendere il grande valore della povertà che abita la vita stessa, la vita è forte perché è vita e non perché possiede cose e soldi.

Grazie amici dell’aldea che avete stretto le mie mani tra le vostre dure e callose come il legno, lì ho sentito tutta la caparbietà di lottare, anche contro ogni speranza, per un riscatto personale.

Grazie amici dell’aldea per avermi sorriso con bocche sdentate e distrutte dal cibo scarso e scadente, ma dalle quali ho capito la fatica del lavoro, di quel lavoro che genera dignità e un diritto a essere uomini.

Grazie amici dell’aldea per avermi guardato con i vostri occhi bruciati dal sole, raschiati dalla polvere, ma occhi pieni di futuro, di un futuro migliore, giusto, umano.

Grazie amici dell’aldea, della vostra amicizia e della vostra stima, che ho accolto come un dono di Dio stesso, un dono perché potessi convertire il cuore a sentire lo sdegno e la rabbia verso il male e ad emozionarmi per la vita che cresce, per il bene che conforta, per l’amore che ci rende liberi, umani e fratelli.

Grazie per avermi cresciuto 25 anni alla vostra scuola della speranza, del coraggio, dell’umana vita fatta di valori, ideali e dignità. Grazie.

Amici delle aldee, genti del Guatemala, mi mancate!

Athos Turchi